franciguida

è tutto e niente

“Non avere più paura, ma tuffarsi nel mondo con la forza di una donna che partorisce il figlio, con un pianto di gioia e un dolore più grande di ogni immaginazione, con un dolore che è segreto.”

“Sonia si stende e chiude gli occhi.
È bellissima nella cornice verde dell’erba.
Il sole la prende tutta.
Vorrei io essere il sole e prenderla tutta, senza scottarla, toccarla, senza privilegiare nessuna parte del suo corpo.
La tensione mi fa sudare.
Filo sta’ calmo.
E non devi dire più una sola parola, baciala invece, baciala, i baci non balbettano!
Sonia si muove, apre un attimo gli occhi, sembra che stia per alzarsi.
No, non farlo!
Prego la Madonna.
Nooo! Non muoverti Sonia, ti scongiuro, aspetta ancora un po’ che io prenda il coraggio, lo sto cercando, non lo trovo, magari non ce l’ho, abbi pazienza, dammi un altro minuto di tempo.
La Madonna mi aveva ascoltato: Sonia chiude gli occhi e si sdraia nella posizione di prima, e sposta la mano sul prato, la appoggia vicino alla mia gamba e mi tocca.
Non per sbaglio, perchè non la toglie, la lascia lì.
Mio Dio, tu che sei maschio come me, aiutami!
Vorrei essere leggero e volare sopra di lei senza toccarla… starle sopra a mezzo centimetro dal corpo, no, forse è meglio a un centimetro intero, e baciarla!
Tutto il mondo è la mia gamba e la mano di Sonia che la sfiora.
Cerco di asciugarmi la mano sinistra strofinandola sull’erba, per prendere la sua.
Ma più asciugo, più suda.
Maledetta tutta questa carne.
Maledetta mamma che mi ha tirato su come un ragazzino per bene.
Eppure tante volte avevo fatto baciare Barbie e Ken, non era difficile.
Perché ora la mano di un bambino gigante non scende dal cielo mi afferra e mi posa sopra a Sonia appoggiando la mia testa e le mie labbra sopra le sue, come un destino, anche se è tardi e la mamma dall’altra parte del cielo lo sta chiamando, deve fare i compiti, avanti, finisci il gioco di questa favola, e dopo te ne potrai andare, dopo ci lascerai abbandonati in questo prato, e magari pioverà, o forse dei gatti ci strapperanno la testa, non importa…
Ma adesso fammi baciare Sonia!
Invece se ne va e mi lascia rigido sul prato.
Bambini di tutto il mondo, fate baciare sempre le vostre bambole!
Sonia si alza, senza dire nulla.
Monta sulla bici.
Anch’io senza dire nulla faccio lo stesso.
Torniamo indietro, ognuno a cena a casa sua.”

(Albinati&Timi)

Momenti di trascurabile felicità

“Una volta a Sanremo hanno cantato un uomo e una donna. In quel periodo io ero molto innamorato di una ragazza che viveva molto lontano. Ci vedevamo una volta ogni due o tre mesi. Pensavo spesso che forse era una stupidaggine essere innamorato di una ragazza che viveva molto lontano, visto che soffrivamo cosí tanto. Tutte le cose che accadevano, accadevano mentre eravamo separati. Anche il Festival di Sanremo non lo stavamo guardando insieme.Mentre sto pensando tutte queste cose, sento che i due cantanti cominciano a parlare proprio a me, perché dicono: «Dimmi perché piangi. E perché non mangi. Dimmi perché stringi forte le mie mani, e coi tuoi pensieri ti allontani». E poi lui, dopo aver esitato a lungo, affronta il nocciolo della questione, con la sincerità e la spietatezza necessarie in alcune situazioni.Dice: «Non amarmi perché vivo a Londra».Cioè, voleva dire che piangeva e non mangiava perché era un amore impossibile, perché lui viveva troppo lontano. A Londra. Da Sanremo a Londra, non ci si può amare. Stava parlando a me e alla mia ragazza che viveva molto lontano. Era con tutta evidenza un segno del destino. Io stavo riflettendo e avevo tanti dubbi, e una sera una canzone mi diceva che uno che stava a Londra intimava alla fidanzata di non amarlo piú, perché viveva troppo lontano.
Allora ho chiamato un mio amico e gli ho urlato al telefono: hai sentito? È un segno del destino. La devo lasciare. Quando finalmente è riuscito a parlare, il mio amico mi ha spiegato che nella canzone lui non diceva «non amarmi perché vivo a Londra», che dovevo ascoltare bene, e ascoltando bene infatti lui non diceva «non amarmi perché vivo a Londra», ma «non amarmi perché vivo all’ombra».Diceva all’ombra. Lo diceva perché era cieco. E il mio amico mi chiedeva: ma non lo hai visto che era cieco? Sí, l’avevo visto, ma che c’entra, non pensavo che tutti i ciechi dovessero cantare delle canzoni sui ciechi. Bocelli non lo fa, mi pare.”
(Francesco Piccolo)

GLI ZINGARI DELL’ ATOMO

27 Marzo 2011. Pio D’Emilia. Il Manifesto  

«Paura? No, dai. Ma preoccupati sì… dalla prossima settimana non si venderanno più sigarette in tutto il Giappone…-ma ti rendi conto? Se ci tolgono le sigarette è finita!». Ridono, gli operai di Onegawa, «eroi» mancati – per stavolta – di un’altra delle centrali nucleari costruite, vattelapesca perché,sulla costa a più alto rischio sismico del mondo. Un giorno i giapponesi ci spiegheranno perché hanno deciso di concentrarle tutte su questo lato, le centrali, anziché sul più tranquillo Mar del Giappone. E’stata una pessima scelta. E non è stata l’unica. Li incontriamo per caso, a fine turno,in una delle poche bettole aperte di questa città famosa per le sue belle spiagge bianche - una rarità, in Giappone - e ora spazzata via dallo tsunami. Mezza città e mezza popolazione sono spariti. C’è chi ha ritrovatola sua casa a un paio di chilometri di distanza, sulla terraferma. Altri gironzolano, a due settimane dall’apocalisse, sulle macerie, in cerca di qualcuno, o almeno qualcosa. Gli «zingari», lavoratori «stagionali» delle centrali nucleari, si riconoscono subito. Sono allegri, spavaldi,fumano continuamente e, soprattutto,non parlano il Tohoku-ben, i dialetto locale, incomprensibile a noi come alla maggior parte dei giapponesi«del sud». Non hanno voglia di parlare di lavoro, di pericoli, di radiazioni. Roba lontana, per loro. Hanno altri problemi, immediati, da risolvere. La busta paga dove manca sempre qualcosa. Le banche che hanno sospeso, o rallentato, il servizio bonifici, rendendo più difficili le rimesse alle famiglie. E ora il blocco delle sigarette, appena annunciato dal Monopolio di Stato (uno dei pochi rimasto al mondo): le aziende che forniscono i filtri sono tutte concentrate nel Tohoku, e non riescono a consegnare. Dopo aver spezzato il ghiaccio con il solito Nagatomo, e con Zaccheroni che sta organizzando, per la prima volta in assoluto, la «partita del cuore» a Osaka per aiutare i terremotati,proviamo a insistere. Come vanno le cose? Emergenza rientrata?«Boh, dicono sia tutto tranquillo,qui. Abbiamo avuto un’emergenza il 13 marzo, due giorni dopo lo tsunami, la radioattività era schizzata a 21millisivert l’ora…Ma nel giro di dieci minuti tutto è tornato normale. Hanno detto che l’impennata era dovuta all’incidente di Fukushima,non alla nostra centrale».Dicono. Parola magica, di questi tempi. Dicono. Ne dicono – e se ne sentono - di tutti i colori. Con i media,locali e stranieri, che amplificano,distorcono, omettono, talvolta inventano. Non solo a Fukushima,anche a Onagawa, duecento chilometri più su, nel nord devastato,umiliato e un po’ dimenticato l’unica fonte ufficiale è la premiata Tepco,società ripetutamente coinvolta nel recente passato in errori, violazioni ed omissioni. Tra il 1986 e il1991, per sua stessa ammissione durante una seduta pubblica della Commissione Nazionale per la Sicurezza Nazionale, questa società ha commesso 16 gravi violazioni delle norme di sicurezza. Violazioni perle quali è stata ripetutamente ammonita e multata. Senza contare l’incidente di Tokaimura, tenuto nascosto e poi fraudolentemente manipolato,per varie settimane, del 1999. Fu in quella occasione che, per la prima volta, venne fuori la triste, tragica realtà dei «genpatsu gypsies», gli«zingari dell’atomo». «Dei circa 70mila lavoratori del settore – spiega Kenji Higuchi, un collega giapponese che segue con attenzione questo fenomeno – circa 63mila sono lavoratori precari, assunti stagionalmente o mensilmente per effettuare lavori di manutenzione o gestire le emergenze. Si tratta di lavoratori originariamente pescati nei ghetti di Sanyaa Tokyo e Kamagasaki a Osaka, senza particolari specializzazioni, ma che negli anni sono divenuti, a prezzo di pesanti contaminazioni, in qualche modo esperti. Rappresentano quasi il 90% della forza lavoro, e sono pagati, alla fine dei conti, per essere contaminati».Ryu, nome fasullo, è uno di questi. Lavora da due mesi a Onagawa,dove si occupa di mansioni tanto semplici quanto «pericolose» come pulire uniformi, aspirare le polveri e asciugare eventuali perdite d’acqua. In passato ha lavorato in altre centrali,compresa quella di Fukushima,che conosce a menadito. Sei in contatto con amici, compagni di lavoro?«Si, per i primi giorni ci sentivamo al telefono, ma poi più nulla. Non so cosa sia successo, fatto sta che non riesco più a parlarci». Com’è la vita di uno «zingaro dell’atomo»? Siete pagati bene? Siete consapevoli dei rischi cui andate incontro?«Il salario è quello che è, al massimo arriviamo sui 10 mila yen al giorno (90 euro , ndr) quanto alle radiazioni….beh, ci siamo abituati!»(ride).Secondo Ryu, parlare dei «50eroi» non ha senso. I «forzati» dell’atomo sono in realtà centinaia, trai quali bisogna comprendere centinaia di vigili del fuoco «precettati» e letteralmente minacciati dal governo(«non fate i conigli» aveva tuonato nei giorni scorsi il ministro dell’economia Banri Kaieda di fronte al tentennamento di alcuni di loro,minacciandoli di licenziamento, salvo poi scusarsi in diretta Tv dopo essere stato pubblicamente criticato dal premier Naoto Kan). Trecento, forse più. Cinquanta è solo il numero di coloro che, di volta in volta, a turno,entrano nella centrale maledetta per turarne i buchi – letteralmente visto che oramai pare appurato vi siano vere e proprie lesioni nelle «camicie» del reattore - e raffreddarli. Un lavoro pesante, faticoso e stressante. Un lavoro «sporco», per uomini a perdere. Tant’è vero che in passato, alla fine degli anni ’80, la Tepco era ricorsa perfino agli «zingari neri» - operai americani di colore«presentati» dalla General Eletric,una vicenda denunciata a suo tempo da un altro collega giapponese,Kunio Horie, fattosi assumere in una centrale (e lui stesso rimasto vittima di radiazioni) e autore di un agghiacciante documentario sull’universo nucleare giapponese. Un sacrificio dunque solo apparentemente«volontario»ma di fatto indotto e provocato dalla disperazione,dalla necessità, a qualsiasi costo,di sbarcare il lunario. Una situazione di cui il governo non può che essere consapevole, visto che nel momento in cui la crisi è precipitata (lo scorso 13 marzo), ha improvvisamente elevato il limite massimo di esposizione giornaliera, portandolo da 100 a 250 millisivert. Dodici volte quello previsto per i lavoratori delle centrali inglesi e francesi. Limite che evidentemente deve essere regolarmente superato, visto che nei giorni scorsi almeno una ventina di lavoratori sono stati ricoverato d’urgenza,di cui tre in gravissime condizioni. Mentre saluto gli «zingari» di Onagawa,mi ritorna in mente Mitsuo (altro nome fasullo) incontrato qualche giorno fa a Kawamata, alle porte della zona evacuata, nel centro di accoglienza. Oggi sarebbe dovuto ritornare a lavorare a Fukushima. Ricordo che era terrorizzato, quanto rassegnato. Come lo saranno, chi più chi meno, gli operai della fabbrica Nissan di Iwaki, situata a una sessantina di chilometri dalla centrale. A differenza di Honda e Toyota, che hanno rimandato la riapertura delle loro fabbriche a lunedì (ovviamente imponendo «ferie» ai lavoratori) la Nissan ha bruciato tutti. Da ieri tutti al lavoro. Del resto, siamo tutti «zingari», ormai. Del lavoro.

(Fonte: http)

A proposito dei 50 eroi, “zingari del nucleare”

“zingari del nucleare”, i precari che fanno le pulizie nelle centrali.

Il meccanismo è quello del subappalto. Questi lavoratori sono giapponesi poveri che vengono assunti per fare le pulizie da ditte che hanno il subappalto del subappalto. Quando vanno a lavorare hanno delle targhette per segnalare le radiazioni a cui sono esposti. Dopo un certo limite, dovrebbero smettere di lavorare. Invece vengono mandati in un’altra centrale a fare lo stesso mestiere. Sono loro stessi a volerlo, spesso cambiano addirittura nome, tanto non c’è il sindacato che controlla e un sistema di protezioni per il lavoratore. Assumono dieci volte le radiazioni consentite. Se si ammalano, nessuno li ha mai visti né conosciuti. Sono migliaia. Quelli che si prendono il cancro e hanno il coraggio di denunciare si riducono ad alcune decine.

C’è rimozione, sì, perché tutto deve funzionare bene, secondo armonia. Adesso però vediamo che conseguenze determinerà quest’ultima catastrofe.

fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/27382/I+giapponesi+e+il+cataclisma

Accise sui carburanti

Nel territorio italiano, sull’acquisto dei carburanti gravano un insieme di accise, istituite nel corso degli anni allo scopo di finanziare diverse emergenze.

L’elenco completo comprende le seguenti accise:

  • 1,90 lire per il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935;
  • 14 lire per il finanziamento della crisi di Suez del 1956;
  • 10 lire per il finanziamento del disastro del Vajont del 1963;
  • 10 lire per il finanziamento dell’alluvione di Firenze del 1966;
  • 10 lire per il finanziamento del terremoto del Belice del 1968;
  • 99 lire per il finanziamento del terremoto del Friuli del 1976;
  • 75 lire per il finanziamento del terremoto dell’Irpinia del 1980;
  • 205 lire per il finanziamento della guerra del Libano del 1983;
  • 22 lire per il finanziamento della missione UNMIBH in Bosnia Erzegovina del 1996;
  • 0,020 Euro per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004.

http://www.osservaprezzi.it/documenti/carburanti/prezzomedio/07-02-11.pdf

il Brasile ti aspetta

Lunedì sera, ho lavorato fino a tardi anche oggi, sono già le otto passate, sto rientrando dal lavoro, sono appena uscita dal traffico intenso di milano, sono nella squallida periferia milanese, sono stanca, sta piovendo, sono incazzata, è buio… è tutto molto triste e grigio.

Ad una rotonda alla quale son stata costretta a dare la precedenza, mi si piazza davanti un autobus blu, lucido lucido, con sopra appiccato uno slogan altrettanto fastidioso al suo blu brillante: “il Brasile ti aspetta”.  Come se già tutto ciò non bastasse, ho dovuto subire questo fastidio visivo, per oltre 1 km ad una andatura non superiore a 30 km orari.

Era tutto inappropriato: non avevo certo voglia in quel momento di pensare anche alla prossima vacanza; quel genere di vacanza, pubblicizzato in quel modo pacchiano, lo detesto; la sua lenta andatura rallentava notevolmente il mio rientro a casa; quello slogan, piombatomi prepotentemente davanti ai miei occhi, in quel preciso istante, si stava beffando di me

… tutto ciò a causa di un blu brillante antiestetico ed inappropriato.